Ora da re

Amo, come Guido Gozzano, gli anacronismi e Amo, come Guido Gozzano, gli anacronismi e i paradossi.
Per l'Ora da Re - vino 'mostruoso' di cui sto per raccontare - le cui uve furono raccolte nel 1932, ho usato nei miei interventi pubblici, verbali, le date più diverse, probabili ed improbabili, ed immaginato una fiaba.
Il vino è rimasto, da quell'anno fatidico, reale, 1932, in enormi botti, sino al momento della 'mia' scoperta, ben oltre 50 anni dopo, in una cantina murata del Feudo di Mazzaronello, in provincia di Ragusa.
Murata perché?
Un fortunato barone, inconsapevole autore di quell'Ora, era spirato a peggior vita senza eredi diretti. Nipoti solo, sparpagliati nel mondo. Sul suo impero - tra cui quel feudo, la cantina e numerose, immense botti - nascevano rivendicazioni, di giorno in giorno più numerose, dai lontani nipoti.
Fu la Giustizia, in attesa di una spartizione fatalmente lunga, a decidere di murare la misteriosa cantina.
Abbattuto il muro...
Un barone, nei fatti, c'era, così come la diretta, genealogica discendenza; e che barone!
Nicolò Jacona della Motta, sceso per li rami, dritto dritto da Joseph Chacon de Narvaez della famiglia Chacon di sala di Chacon originaria dai goti di Navarra (ebbe tra gli avi Signori della Casa di Navarra, D'Andalusia, d'Andeguerra, Commendatori di Santiago, di Carvacca, di Castiglia, Vicerè, Generali, Consiglieri del Re; Maggiordomi Maggiori, Marchesi di Los Velos, Conti di Casarrubias, Duchi d'Arcos, Marchesi di Panuela, Conti di Maiorada in Siviglia, Conti di Molina in Malaga, Marchesi di Salinas). Che barone!
Il feudo di Mazzaronello - traggo le notizie da un pieghevole (mi dicono scritto da un mio allievo, già giovine, Francesco Arrigoni) - un tempo faceva parte del comune di Caltagirone divenne comune di Chiaramonte Gulfi quando nacque la provincia di Ragusa. Un territorio che alterna altopiani e profondi calanchi, un suolo povero dove si coltivano bene solo la vite e l'olivo. In questa zona c'è una luce tutta particolare, una luminosità come non si vede da nessun'altra parte. Vi prospera, particolarissimo vitigno, il cerasuolo e da' vita al Cerasuolo di Vittoria, un vino strano, poliedrico, buono e potente (altri vitigni coltivati in zona sono quelli tradizionali: frappato, per la maggior parte, calabrese e una piccola percentuale di grossonero, oggi quasi scomparso).
Perché il cerasuolo di Vittoria sia ai vertici il vigneto dovrebbe essere coltivato ad alberello. Ogni ceppo è una pianta allevata molto bassa; la potatura lascia pochi tralci (due o tre al massimo) e quindi poche gemme fruttifere. Ne scaturisce una produzione limitatissima. Basti pensare che un ettaro da' una produzione che nelle annate più abbondanti raggiunge a stento i 30 quintali di uva. Ogni pianta meno di mezzo chilogrammo.
Così si è sempre prodotto il Cerasuolo in contrada Mazzaronello feudo della famiglia Jacona della Motta.
Sino all'ultima vendemmia: 1932.
Dopo... dopo Nicolò moriva, la famiglia si metteva fuori gioco, espiantato il vigneto, nella piccola cantina restavano ancora le botti contenenti quel vino dell'ultima vendemmia: 1932.
1985. Piermario Meletti Cavallari, bergamasco, ex manager, ritiratosi in campagna a produrre ottimo vino (il Grattamacco, di notorietà internazionale) assaggia in Roma - offertagli da Marida Jacona della Motta (nipote diretta di Nicolò) una bottiglia. Sembra uno di quelli Sherry o Madera che si ritrovano solo ormai nei romanzi d'avventura inglesi. Non un vino stanco e decrepito, ma un vino perfettamente vivo in cui si intuisce una capacità di invecchiare ulteriormente.
Mi telefona. Mi manda una bottiglia. Mi emoziono e ne scrivo un entusiastico articolo:

CAPITAL, giugno 1985.
'In quattro botti - la 2, la 3, la 8 e la 9 - della cantina dei marchesi Jacona della Motta, sita in Mazzaronello, meditano, dal 1932, i 165 ettolitri del più prezioso vino d'Italia. Frutto di uve, che non conosco, della vicina località Sperlinga, s'offre - dopo 50 anni di meditazione - uguale e diverso (da botte a botte), in un modo che non esito a definire superbo.
Stassentire l'esame organolettico che gli assaggi, ripetuti e, di volta in volta, più stupefatti, mi fanno osare per la botte numero 9: colore tonaca di monaco, sfatto e tuttavia caldo e brillante: bouquet ampio, serio e fitto in cui si sottolinea il sentore di sommacco; sapore secco sicuro e autoritario, certo 'vecchio', altrettanto nobile e affascinante; nerbo deciso in stoffa di eccezionale rigore ed estrema persistenza, pieno di carattere e razza. Per te, che sai, si fa immediato il ricordo del Marsala, più degno (l'esame della botte numero 2 - ch'io preferisco e che qui non do - più ricco e fuso, avrebbe memorato una Quinta di Porto)'.

CAPITAL, dicembre 1989
'Non è buono il cavaliero se non si prova sul campo della battaglia'. Mi consegnano la prima bottiglia dell'Ora da Re e subito le memoro, le parole di Santa Caterina da Siena.
Scenda in campo il vino del mio privilegio e mostri con orgoglio le sue insegne.
M'ero sorpreso, or sono cinque anni, all'assaggio di quelle quattro botti - la 2, la 3, la 8 e la 9 nella cantina dei marchesi Jacona della Motta - sita in Mazzaronello, e avevo scritto... (vedi sopra...).
Uomini di buona volontà siciliani, del Consorzio Cooperative Interregionale, hanno inteso il mio appello e imbottigliato con ogni minima cura le botti numero 2, numero 8, numero 9 (non è stata ritenuta pari alle altre , e scartata, la numero 3) in bottiglie disegnate da Giacomo Bersanetti e vestite con un una etichetta che porta, al piede, il simbolo del Consorzio e in alto - nati dalla sua scomposizione - tre segni astratti (di cui, alternativamente, due in nero ed uno, a segnalare la botte di provenienza, in oro).
Ho dato nome Ora da Re a un vino unico al mondo per singolarità ed eccellenza.